Mi trovo ormai da quasi tre mesi a Cordoba, in Argentina per il mio SVE di sei mesi sul tema della mediazione comunitaria.

La prima cosa che ho fatto appena arrivata è stata stendermi in un campo all’aperto di notte per osservare la posizione delle stelle.

Sono a testa in giù, passato tutto l’inverno e l’autunno italiano, sto ricominciando di nuovo: le foglie cadono e le giornate si accorciano.. e mentre mi sembra che il mio mondo va avanti, io sono tornata indietro, da una nuova prospettiva. La cosa in effetti ha un che di divertito, il mondo qui è lo stesso, si pensa che si va in posti sperduti, dove tutti hanno bisogno del tuo eroico intervento.. mentre quando arrivi scopri che ci sono tanti eroi silenziosi che fanno un lavoro incredibile ogni giorno. Cordoba è una città che conta quasi due milioni di abitanti, che non può essere paragonata alle due realtà a cui normalmente siamo abituati a pensare riferendosi al Sud America: non è una capitale come Lima, Buenos Aires, Brasilia, Rio de Janeiro, Bogota o Quito. Ma non è neppure una favelas latino americana.

Cordoba ha un suo cuore centrale, dove si svolge la massima attività lavorativa, economica, storica, politica, culturale, e poi chilometri di barrios totalmente differenti tra loro: in dieci minuti di taxi si può passare dal quartiere delle ville stile hollywood alle minuscole case dove la gente si sposta ancora con il carretto trainato dai cavalli. Cordoba ha un Faro, grandissimo… e pensare che il mare più vicino è a più di 800 chilomentri! Ricca di contraddizioni, è una città che ogni giorno lotta per costruire una sua identità interna che ne dimostri l’autenticità e la unicità all’interno di un mondo che distingue il sud america nelle due grandi categorie: Città enorme caotica – paese di estrema povertà.

È il mondo al contrario e vi dico perché: siamo in Sud America e la vita costa come in Italia, cosa che rende la vita del volontario un “desafio” continuo. I taxi ti fanno pensare di essere a New York, poi guardi dal finestrino e ritorni alla realtà: case piccolissime che ricordano le periferie thailandesi, fili dell’elettricità ovunque e i boss indiscussi della città sono i cani randagi che camminano per le strade e sembrano sapere meglio di me dove andare. La gente aspetta in fila indiana il bus e questa si, è una cosa quasi inconcepibile se penso alle città europee dove ho vissuto fin’ora. Tutto il resto va “despasito”: la gente cammina come se non avesse davvero un posto da raggiungere, il pane fresco in panaderia lo trovi dopo le 1o della mattina e ricaricare telefono e tessera dei bus alle volte diventa un’impresa titanica che richiede ore di ricerche.. vorrei vederci un milanese da queste parti, morirebbe! Eppure in tutta questa lentezza, in una città dove i furti sono all’ordine del giorno e ogni casa ha almeno tre portoni e una chiave magnetica per accedere, noto un’attenzione e un’accortezza maggiore all’altro e ai suoi tempi. Il Cordobese se c’è una cosa che sembra saper fare è aspettare, rispettare il tempo dell’altro. Un esempio semplice? Bere il Mate, ma questo lo approfondiremo in seguito.

M’immaginavo la patria del Tango e invece qui il tango è qualcosa che i più anziani ballano in piazza la domenica pomeriggio, un po’ come il valzer alla sagra di paese.. e se sei fortunato o un turista, ti fanno fare un giro di prova.. mentre i giovani si dividono tra cumbia e quartetto accompagnata rigorosamente da Fernet e Coca, bevanda italiana completamente rinnegata dal paese natale e che almeno per quanto mi riguarda, associo agli anziani pensionati che la accompagnano la mattina con il caffè, nei casi più fortunati.

Sono a testa in giù perché me lo ricordano le stagioni che passano, la musica per la strada, la pizza cucinata alla brace e la muzzarella che non ho ancora potuto decifrare che tipo di formaggio sia. Sono dalla parte del terzo mondo e l’ho capito solo dopo aver sentito parlare dell’Italia come il Primo. E la cosa mi fa davvero sorridere molto se penso ai miei 7 anni passati a Roma.. come spiegare che le differenze non sono così grandi da dire che ci sono due mondi di differenza?.

Sono a testa in giù, eppure si respira benissimo, il sangue non mi da alla testa.. da questa prospettiva mi sento più normale di quanto potessi pensare, mi sento a casa più di quello che potessi immaginare. La gente ti saluta baciandoti, non importa il nome, non importa la tua storia, ti stringe, ti bacia, ti abbraccia, la musica scorre in ogni angolo e non ti senti più sottosopra. Riacquisti un identità, l’Argentina, nonostante abbia tolto nei suoi tempi oscuri la libertà a molti, sembra restituire uno spazio per essere se stessi e per lasciare qualcosa. Ogni giorno si svolgono marcie e proteste per qualsiasi cosa e nella mia modesta visione lo interpreto come: “Hai un’idea? Ci credi? Non aver paura e portala avanti, combatti” (non che sia giusto per forza, ma il fatto di sentirlo e di voler essere rispettato mi sembra già un passo avanti).

Come volontaria non mi sento un braccio che agisce per conto di qualcuno, senza responsabilità; ogni giorno di più mi sento cosciente di me stessa e delle mie capacità. Mi riscopro una mente pensante che sta qui per dare qualcosa di diverso, non per un fortuito caso della vita.. e quando questo processo comincia, non si può fermare.

Non so se economicamente è il mondo delle opportunità, non so se qui posso pensare di costruire un futuro, di mettere le mie fondamenta, ma questo posto di dà la possibilità di pensarlo, questa esperienza mi sta dando la possibilità di poter credere in me stessa, di non sentirmi come se mi mancasse qualcosa per poter iniziare a costruire la mia strada. Mi fa sentire di poter desiderare qualcosa per me.. e quando questo desiderio si installa, non puoi estirparlo, solo inseguirlo. E se questo significa vivere a testa all’ingiù, mi dispiace di non aver iniziato prima.

 

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