castello di sorci

Se una mattina di primavera un viaggiatore…

Dopo giorni di perturbazioni emotive non indifferenti, il weekend era finalmente arrivato e nella mia testa martellava una parola sola: “moto”. Non che sia il mio unico hobby, beninteso, però spesso la fa da padrone!

Quella mattina, all’ultimo momento, faticavo a trovare un compagno – non che non viaggi anche da sola, anzi! Però mi andava compagnia – finché un amico, anche abbastanza in fretta, non mi ha detto che tempo un’ora mi avrebbe accompagnata ovunque.

Oretta durante la quale ho fatto in tempo a prepararmi, a lavare i piatti e, non paga di essere ancora in anticipo, ad arrivare in ritardo. So che non ci crede nessuno, ma vanto comunque un glorioso passato da donna puntualissima.

Marco, ancora, tende a non spazientirsi troppo e, perlomeno mi ha offerto la colazione 😀

Scusa ottima per un breve briefing sul giro da fare, optando – data l’ora – su Anghiari, in Toscana, e soprattutto sul Castello di Sorci, un piccolo fortilizio in località San Lorenzo –  nell’aretino -.

Beh, lì bisogna arrivarci e la via, non dico sia una, ma la più ovvia è il passo di Viamaggio, noto e stranoto ai motociclisti e anche alle FF.OO. che hanno voglia di ritirare un po’ di patenti.

Credit Bludap Photographer

Come arrivare in moto al Castello di Sorci?

Per arrivarci, giusto per evitare il traffico della Marecchiese, la statale che collega Rimini a San Sepolcro, abbiamo preferito la variante per le Coste di Sgrigna. La variante è tra la Valle del Marecchia e l’antica Repubblica di San Marino, passando da Verucchio, uno dei tanti borghi arroccati del Montefeltro.

Chi pensa a Rimini, solitamente, pensa “mare”, ma il bello di questa zona è il passaggio, talvolta repentino, dalla riviera all’appennino che rende la nostra terra davvero completa e versatile, nonché ricca di storia.

Ridiscesi verso la famosa via marecchiese, non potevamo esimerci dalla sosta obbligata al Pascucci di Novafeltria, ove – quasi – tutti i motociclisti si fermano per ristorarsi all’andata o al ritorno.

Viamaggio era noto in antichità e, anzi, in epoca romana vi transitava l’importante via di comunicazione «Ariminensis» (Arezzo – Rimini).

Qui si guida bene, perché le curve non mancano ma sono dolci e senza pendenze eccessive, ma bastevoli a rimirare l’appennino e la zona circostante.

Peccato che”L’Imperatore”, sul valico, abbia chiuso, spostandosi invero di qualche km. Era infatti bello, un tempo, ammirare la distesa di moto tutto intorno! Per chi viaggia su due ruote, sono scene emozionanti!

Va beh. Il mangiare ci attendeva, di certo non potevamo restare a tributare il Ristorante adoranti, pertanto abbiamo proseguito. Anche perché, le soste successive, in realtà ci sarebbero servite per raggiungere il Castello. Io ci sono stata diverse volte, ma a me l’idea di fare il capofila non sfiora nemmeno pagata perciò, poi, non potevo lamentarmi se si sbagliava strada.

Orbene, comunque in perfetto orario direi che siamo giunti al Castello con infinita gioia e altrettanta fame!

Praticamente si raggiunge da una traversa, già immersa nel verde, arrivando in questo posto semi sperduto, raccolto e avvolto dalla natura che lo rende non solo incantevole, ma pure davvero quieto e pacifico.

Bello. Bello tutto, ma direi che a pancia piena si ragiona meglio, ma si apprezza tutto meglio ergo ci siamo piazzati al piano superiore e non ci siamo più schiodati fino al caffè. Per fortuna la decenza non ci ha abbandonati, perché i menu che il Castello propone sono veramente unici , saporiti e pure abbondanti e a me i jeans faticano a entrare ormai. Traetene le conclusioni.

Non fatelo, invece, ora che vi dirò come ho pagato il pranzo!

Perché il bancomat non andava, io non avevo una lira e meno male che il mio amico sì, anche se poi sono riuscita a sdebitarmi quasi interamente aprendo un portamonete che pare piccolo, ma è come la borsa di Mary Poppins. Seppur con i centesimini, un tot di euro li ho fatti, eh! Nel mentre mi si prendeva in giro perché “avevo rubato in Chiesa” o “la paghetta ai bimbi”, però allegria, ragazzi, ci vuole nella vita!

Il rientro

Fatto Via maggio in giù, si è deciso per lo “Spino” in su. Nemmeno a dirlo, altro giro altra curva. Curva e curva… ci siamo ritrovati davanti un’auto lenta. Ma lenta. Ma lenta…! Non potevamo fare altro che restarle dietro: un sorpasso azzardato è un “azzardo”, appunto. In certi casi è una roulette russa.

A un certo punto mi sento suonare da uno dietro: io sono famosa per il sorriso, l’educazione e – talvolta – la “santa” pazienza quindi mi stavo già chiedendo chi fosse l’idiota che strombazzava quando mi si è affiancato, guardandomi con insistenza. Io ho pensato: “o è scemo, o è successo qualcosa”.

Lui, scemo… scema ero io che non ho riconosciuto, invece, un mio amico! Il quale, vedendo una 999 rossa con donna e un GS giallo ha, invece, riconosciuto i suoi, di amici. Non è bello incontrarsi per caso? Tutta la giornata lo era stata, chiuderla così mi pareva davvero davvero entusiasmante.

E cosa si fa con gli amici? Ci si saluta, quindi sosta a Pieve Santo Stefano per un aperitivo.

« E, quando a i freschi venti
Di su l’aride carte anelerà
L’anima stanca, a voi, poggi fiorenti,
Balze austere e felici, a voi verrà. »

Carducci. Agli amici della Valle Tiberina

Pieve, altresì nota come la “città dei diari”, poiché sede dell’archivio diaristico nazionale, decisamente molto molto curato e interessante.  Il suo Gonfalone è stato addirittura insignito della Croce di Guerra al Valor Militare. Raccontarla in poche parole sarebbe difficile e riduttivo, perché è un concentrato di storia non indifferente e l’archivio dei diari ne è soltanto una punta. Nasce in tempi remoti, si parla già di insediamenti preistorici e, via via, non si è mai arrestata nella sua crescita.

Musei, istituzioni, monumenti, parchi, eventi… 

nonché una manifestazione cara a noi motociclisti: la cronoscalata dello Spino, valida sia per il Campionato Italiano Velocità Salita Auto Storiche (perché, sì, nasce per le macchine) sia per il Campionato Italiano Velocità Montagna motociclistico.

Finita la nostra bevuta s’è deciso di rientrare. Fatta una foto, fatta un’altra salgo briosa sulla moto e… baboom. Non partiva. Non partiva e si è deciso di provarci a spinta, ma nemmeno così ne voleva sapere di rimettersi in moto e dirò che dopo un pochetto, anche solo una moto, diventa faticoso da accompagnare. Senza sapere come, però, ad un certo punto si è accesa magicamente e giuro di non averla più spenta fino a Rimini, a costo di frenare direttamente in folle (perché la frizione delle Ducati è, solitamente molto dura. Da epicondilite diciamo!). Però, hey: la giornata è andata bene, perché avrebbe dovuto finire male.

Infatti non l’ha fatto.

Lisci come l’olio siamo rientrati in città – non senza qualche altra scena ilare, però non posso raccontarvi tutto insieme, nevvero? – e siccome avevamo tempo… la sete chiamava, la fame pure e Primo miglio è stato. Garbato, sapete? L’aperitivo è buono e abbiamo sbocconcellato abbondantemente, pertanto lo consiglio vivamente, dirò.

Eravamo tre amici al bar, sul far della sera, che ridevano soddisfatti e ciarlavano sorridenti.

Come dico sempre: la moto aggrega. Unisce. E appaga.

 

 

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