Calcata è il borgo degli artisti.

C’è un contrasto tangibile e fascinoso fra la vitalità e l’effervescenza degli abitanti e la caducità che trasmette il tufo, di cui Calcata è interamente composta.
Vederla da lontano, tutta arroccata su uno sperone, senza soluzione di continuità fra roccia e case, senza mediazione fra finestra e baratro, fa accapponar la pelle.
Sparisce d’incanto il fitto bosco che ombreggia l’unica strada d’accesso.
La vegetazione si azzera.
Il tufo trionfa.

Il paese

Dove iniziano le case?
Come orientarsi nel labirinto di viottole che si allargano e restringono in maniera apparentemente casuale?
Il portone di accesso a Calcata è monumentale, ma la via d’ingresso, vuoi per la pavimentazione, vuoi per il guano dei piccioni che la deturpa, è scivolosa e parrebbe preannunciare un ambiente in abbandono.
La piazzetta d’arrivo è invece insolitamente popolata di artisti e istallazioni provvisorie, dettate dall’estro del momento più che da un piano di abbellimento sistematico.
Ogni abitante aggiunge nelle decorazioni un po’ di sé. Esempio emblematico è il presepe di Marijicke van der Baden, ogni componente del quale ha le fattezze di un abitante del borgo.

Le contraddizioni di Calcata

La razionalità, qui, ha pochi estimatori: i telefonini non prendono, ma c’è una minuscola sala in cui è possibile degustare cento diverse qualità di the.
Cerchi la solidità delle mura e ti trovi improvvisamente a un metro dallo strapiombo.
Visiti la chiesa, che custodisce il Sacro Prepuzio del Bambin Gesù, e poi ti immergi in un’atmosfera paganeggiante in cui il dio Bacco la fa da padrona.
Se sei conquistato dall’afflato animista, scendi all’Opera Bosco: una passeggiata nella natura fra tronchi scolpiti e istallazioni fiabesche.

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