Pico De veleta

Come ormai in molti sanno, ho trascorso sei settimane in giro per l’Europa occidentale.

Sono una motociclista, ricerco – anche – le curve come un rabdomante cerca l’acqua. E, a noi motociclisti, piace anche raggiungere vette molto, molto in alto – va’ a capire perché – talvolta contendendosi l’altitudine raggiunta.

In Italia, tra i passi più elevati, il notissimo Stelvio, ad esempio – famoso anche per i bei tornanti che portano a (o da) Prato allo Stelvio fin su in cima.

Beh, traversati i Pirenei non potevo esimermi dal raggiungere quello che pareva essere il montarozzo più alto della Spagna – e che, in realtà, dicasi essere il più elevato di tutta l’Europa continentale. (Per dovere di cronaca, mi riferisco ai monti percorribili sui mezzi, e non in assoluto perché, altrimenti, il Veleta sarebbe il terzo subito dopo  MulhacénPicco d’Aneto).

E Sierra Nevada fu!

Il Pico del Veleta raggiunge i 3367 metri s.l.m., ma solo una parte è carrabile, ovverosia quella che porta fin su, all’osservatorio. Oltre? Oltre si scarpina! Anche perché, oltre la vetta, c’è la Virgen de la Nieves (Madonna della Neve).

E lì vi si può accedere solo camminando, con buona lena e forza di volontà. Non che sia un percorso eccessivamente complesso, in realtà…

Ora, tralasciando le diatribe sul “colle” di certo c’è che la Spagna è veramente, veramente bella!

Sul “top of the mountain” ho goduto di una vista così mozzafiato come, viceversa, per la via che vi ci porta. Talmente tanto coinvolgente – per panorama e per fattezze – che sono andata su e giù due volte!

Si parte da Granada, ove ho soggiornato per due notti

Consiglio, riconsiglio e straconsiglio… tanto che, viaggiando nuovamente in Andalusia per Natale, oltre a delle mete sconosciute sono tornata anche lì. Città piena di contaminazioni moresche. La città dell’Alhambra, dell’Albaizìn – se vi capita, fate un salto al Bañuelo, inteso sia come bagni arabi che come teteria! Inoltre consiglio il Siete Gatos per un buon flamenquin, tipico piatto andaluso – una sorta di cordon bleu. A proposito di cibo, un’altra delizia sicuramente sono tortillas e salmorejo! Di certo è che non solo, ovunque si vada, si mangia bene, ma gli spagnoli usano la grazia di portare qualcosa da sgranocchiare sempre, non appena ci si siede e si ordina da bere. Fosse pure dell’acqua!

Ora, dato che non sono una foodblogger ma una motociclista, e volendo tornare in Sierra…

Ci si può giungere per due diverse vie: io, almeno a salire, farei tappa inizialmente a Monachil. Arrivarci è una bazzecola: ora, in base al punto di partenza, le vie potrebbero essere diverse, ma il verso è unico fino alla A-4028 (senza dimenticare che le indicazioni stradali sono validissime, così pure come il semplicissimo Google Maps!) in direzione di Calle Granada/GR-3202 a Monachil. 

Se inizialmente il panorama è decisamente urbano, via via si trasforma. Periferia, sempre più avvolto nella natura finché, specialmente superata Monachil, non si giunge in una dimensione parallela! La strada è ridotta: incrociare un altro mezzo diventa impegnativo, ma in moto si riesce più facilmente. Diciamo che la carreggiata è lievemente più grande di un’unica corsia… “Fatica” ben ripagata, perché intorno non c’è nulla. Nulla di “irrilevante” almeno, in quanto la natura la fa da padrona, letteralmente. Il paesaggio a tratti lunare, brullo e al contempo maestuoso e imponente.

Sono in Sierra, e cioè tra i monti

Non una fila di cime ordinate, bensì una serie di montarozzi che in alcuni momenti mi sembrano lanciati lì a caso, che si sovrastano, si affollano. Mi è piaciuto molto tornarci in due stagioni differenti e vederne le diversità, fosse anche solo le punte innevate di dicembre! Come Sierra è ampia e l’impressione che mi ha sempre dato è quella di entrare in un abbraccio fatto di natura. Due ampie braccia che avvolgono, perché avvicinandocisi non si scorgono dei colli davanti a sé, perché si entra in un “bacino” raccolto che, a me, dà tanto senso di “calore”.

Se pensate di esservi persi tranquilli: non è così! Inoltre, prima o poi, troverete un bel cartello con la scritta “Sierra Nevada”, pertanto, lì, ci sarete arrivati di certo!

Proseguendo si può puntare verso Pradollano.

Tanto per aiutare il navigatore nelle sue funzioni. E, proprio verso questo, la strada si ingrandisce. Sicuramente più nuova, a volte a due carreggiate e tre corsie, addirittura. “Roba da piegone da ginocchio a terra” insomma! Pradollano non è nulla di che, anzi… Non aspettatevi una cosina dipo Ponte di Legno o Folgarida, ecco! In estate, almeno quando ci son passata io, era semideserto… infatti son riuscita a tagliare una fetta di strada, percorrendo una parte di paese che non ho ben capito se si potesse prendere in quel verso! Se ci capitate durante l’inverno, merita fare attenzione: è una notissima meta sciistica, quindi il traffico potrebbe essere “importante” – al solito: in moto… è un’altra storia -).

La Spagna mi pare abbastanza diligente nell’indicare i percorsi, perciò con bretelle più o meno lunghe, superare la frazioncina per raggiungere il Veleta è davvero agevole. Oltre ai cartelli, una caratteristica decisamente apprezzata è l’innumerevole quantità di punti panoramici! I miei viaggi spesso risentono di “intoppi” del genere, rendendomi incerta se godermi la strada, le curve o la visione d’insieme!

L’ultima volta mi son dilettata in scivoloni e palle di neve proprio in alcuni spiazzi a bordo strada, su pendii davvero poco scoscesi e molto ampi, tanto per non ritrovarmi nella calca della vetta.

Calca che, in realtà, era irrisoria. A differenza di settembre, quando anche solo per scattare poche foto ho dovuto elemosinare la pietà di un greco – praticamente lassù si era in 7 e una ero io, quel dì – almeno finché non ho conosciuto un connazionale che si è prestato ben più volentieri! Tra l’altro ho notato molti mezzi, variopinti in tinte nerobianche, con disegni spesso geometrici e mi son chiesta se pubblicizzassero aziende che fanno wrapping: invece sono test (mi auguro non crashtest!) di prototipi.

La sommità? Beh… giungendovi, sulla destra, c’è un piazzale sconnesso con alcune casette in legno dal tetto spiovente: qualche bar (se cercate caffè, scordatevelo!), negozio di souvenir… nulla di entusiasmante. Ancor meno quelli dall’altro lato della strada. Strada interrotta da una sbarra che delimita l’area carrabile e rende accessibile l’ultima parte del tragitto ai soli pedoni.

Che, se fossi in voi, farei. Perché la Madonnina è carina da vedere, perché si sale ancora più in alto e perché come mancare una tappa caratteristica del luogo? Fatto 30…

Fatto 30 s’era fatto pure tardi e io dovevo raggiungere, in moto e sempre in solitaria, Antequera. Quattro ore di viaggio verso ovest, per poi Ronda, Gibilterra e il resto del periplo.

E data la mia mania di fermarmi e di scattare foto in ogni dove… Di evitare le autostrade (in Spagna pressoché non si pagano. Forte, eh! E sono segnate in blu!!! A differenza delle nostre!) e di socializzare pure con le piante, ad una certa me sono andata. A me piace, al tramonto, avere idea di dove sono e va bene che lì, il sole cala tardi ma ho preferito avvicinarmi per essere lì circa a ora di cena (e mai decisione fu più azzeccata, dato che mi sono cercata un alberghetto a poco, grazie a un deal, fantastico ma letteralmente nei greppi. Che ho raggiunto grazie a tanta fede nel mondo, a Google che ha lavorato a dovere e a santa pazienza, su per strade sterrate e al buio!).

Ovviamente, anche il panorama fino alla città dei Dolmen è pressoché inenarrabile. Forse… Forse, invece, potrei scrivere pure di questo!

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